Saviano su The Interview

“I’d like to be part of the world, not only performing but actually being part of it”. Così James Franco, quando ci incontrammo qualche mese fa, mi parlò di come concepiva il suo lavoro di attore: non solo interpretare ma essere parte del mondo, starci dentro. Scrivere poesie e fare la pubblicità con Gucci, girare film di impegno e contemporaneamente le gag più idiote, portare Steinbeck a Broadway e poi fare il prequel del Pianeta delle scimmie. Tutto è formazione e comunicazione, per un attore geniale come Franco che vuole essere molteplice e valuta anche lo “sputtanamento” come qualità dell’artista moderno. Questa volta, però, non aveva previsto fino a dove l’avrebbe portato la sua attitudine. E quanto sarebbe stato al centro del mondo.

La vicenda di The Interview, che in questi giorni colpisce l’America e l’Occidente, è davvero unica. Il film è una commediaccia americana scritta da Dan Sterling che narra la storia di Dave Skylark conduttore di talk show di successo (interpretato da James Franco), e del suo producer Aaron Rapoport (interpretato da Seth Rogen), i quali, sul punto di partire per Pyongyang dove li aspetta un’esclusiva intervista a Kim Jong-un, vengono reclutati dalla Cia come (improbabili) assassini del dittatore nordcoreano.

Insomma se dovessi paragonarlo a un prodotto italiano potrebbe essere intitolato Natale a Pyongyang, con tutte le gag tipiche del genere: lo starnuto che fa inghiottire il microchip speciale al killer inesperto, inverosimili fughe in carro armato, molte donne bellissime e svestite fino al dittatore più temuto e tonto del mondo che ascolta di nascosto le canzoni pop di Katy Perry.

Classica commedia degli equivoci nobilitata solo dal vero talento dei due attori. Eppure, questo semplicissimo prodotto farsesco ha creato un caso globale che ha coinvolto persino la Casa Bianca. Prima le minacce nordcoreane hanno fatto rinviare l’uscita del film, poi il gigantesco attacco degli hacker ha convinto la Sony a ritirarlo, spingendola in un’operazione di autocensura stigmatizzata da Obama. “Se dalla major mi avessero chiamato avrei detto di non ritirare il film e di non lasciarsi intimidire (…) Risponderemo al cyberattacco condotto secondo l’Fbi dalla Corea del Nord in modo proporzionato, nelle modalità e nei tempi che decideremo”.

Molti hanno evocato Il Grande Dittatore di Chaplin, ma The Interview è altra cosa. Eppure bisogna smontare ogni posizione snob e capire che anche una tipica commedia innocua può interrogare i principi della democrazia e della libertà. Anche una satira macchiettistica può essere indigesta per un regime tirannico come quello nord coreano. Raramente un presidente americano è intervenuto sul tema della libertà di espressione. Ma la vicenda di The Interview ha riallacciato i principali nodi storici degli Usa: Guerra Fredda, conflitto con l’Oriente (Vietnam e Corea stessa) e cyberguerra.

Come se i fantasmi del passato e quelli del futuro avessero fatto corto circuito, precipitando in una commedia. Lo spettro dell’attacco digitale genera la grande paura, che le falle del sistema oggi non siano i confini o i cieli ma la rete. Insomma, un film satirico che prende in giro con classiche gag un regime lontano, ha portato il Paese a misurarsi in un sol momento con le concrete paure storiche che credeva archiviate e con le ancora non ben identificate paure future che sente impellenti e verso cui si sente indifeso.

La Sony, ritirando il film, ha fatto da sponda a queste paure, amplificandole: perché la sua è una dichiarazione di impotenza. Meglio la censura che la minaccia. Qualcuno – in realtà – sussurra che il miglior modo possibile per fare marketing del film sia stato ritirarlo. Ma non credo affatto sia cosi, c’è davvero questo senso di diffusa paura verso minacce ridicole ma di cui l’America non ha ancora abbastanza esperienza. Dopo le parole di Obama l’azienda ha annunciato che sta considerando l’ipotesi di far uscire il film su “una piattaforma diversa”. Ma il suo stop all’uscita nelle sale è un cedimento che rappresenta un precedente pericoloso: d’ora in poi basterà qualsiasi attacco hacker e minaccia di apocalisse per fermare un prodotto? Nel film il regime feroce dei gulag, delle fucilazioni di massa precipita nel ridicolo e nell’assurdo, fino a spingere attraverso Franco ad una sorta di identificazione da videogioco: ossia, com’è essere Kim Jong-un? Avere tutti schiavi e schiave a disposizione e armi come giocattoli con cui fare una guerra vera.

Essere un tiranno è divertente al punto che forse l’inferno comunista nord-coreano sembra una sorta di gigantesco gioco dove tutti perdono e solo il capo se la spassa. Il film non è solo una presa in giro della retorica anticapitalista e antiamericana, è anche una satira sulla superpotenza spionistica di Washington, sugli impossibili strumenti-gadget della Cia e sull’epica delle spy-story. Ma per i nordcoreani l’autoironia americana, ovviamente, non conta: se dovessero vedere un film del genere, i loro occhi sarebbero solo su Kim, e l’effetto sarebbe più potente di qualsiasi documentario sui gulag. The Interview diventa pericoloso nonostante non smonti affatto i meccanismi del regime né dia informazioni, ma semplicemente perché ridicolizza il supremo dittatore di un Paese che si definisce comunista, ma dove il titolo di Segretario del Partito è di fatto ereditario e dove l’ex presidente Kim Il-sung, morto nel ’94, è per Costituzione “presidente eterno”. Sì, anche un film così può porre una grande questione di libertà.

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