Inferno dietro le sbarre

di Tommaso Cerno

Alza la maglietta, appoggia il petto alle sbarre e mostra una cicatrice rossa, che lo taglia in due: “Ecco qua, sono stato operato a cuore aperto e sono stato in coma. Eppure qui da tre anni non vedo mia madre: ha 59 anni ed è paralitica. Mi dicono che piange per me e io non la posso vedere”. Non grida, Pietro Buccheri, solo perché non ha abbastanza fiato. A trent’anni non sa scrivere e trovare un detenuto che l’ascolti, mentre detta qualche riga da spedire a casa, è difficile all’Ucciardone di Palermo. È uno dei penitenziari più disastrati d’Italia. E lui sconta la pena nella nona sezione. Lì fa un caldo infernale d’estate. Freddo e acqua che s’infiltra nel letto durante l’inverno. La cella vicino alla sua, la numero sei del braccio destro, è inagibile perché quell’acqua proprio non si ferma. Penetra dal soffitto e scende sulle pareti. Una questione di tegole rotte. Anzi, una questione di burocrazia. Soldi che non ci sono. Firme che non arrivano. E Pietro, come i suoi compagni di cella, si chiede se forse tutto questo non sia troppo anche per chi ha rubato, rapinato o spacciato droga: “Siamo stipati in pochi metri quadri. Dalla finestra a bocca di lupo non entra aria. Ci stiamo anche 21 ore al giorno in questa maledetta cella. Così non possiamo vivere. A volte è meglio l’idea di morire”.

Una storia che sono decine di storie qui a Palermo. E migliaia nell’Italia delle galere vecchie e sovraffollate che il ministro Angelino Alfano promette di ampliare con un piano di investimenti da oltre un miliardo che però stenta a partire.
Tante, tantissime storie raccolte nei 216 istituti di pena che ad agosto hanno aperto i cancelli a una delegazione di parlamentari su proposta del partito radicale. Muri crepati, gabinetti sporchi, pavimenti rotti, cibo poco e cattivo, acqua razionata. Un viaggio per raccogliere cifre, voci e testimonianze fra gli oltre 70 mila detenuti. Solo all’Ucciardone, il più grande istituto siciliano, sono rinchiusi in 707 dove al massimo ne potrebbero entrare 402. Non tutti condannati. Anzi. Solo 384 hanno già ascoltato la sentenza definitiva. Gli altri, poco meno della metà, sono in attesa di un giudizio, un processo che forse tarderà ancora anni. Il turn-over è impressionante. Ogni giorno ne arrivano 25 nuovi e se ne vanno altrettanti. Un detenuto su cinque non resta in carcere per più di sette giorni. Ma, nella vita di ogni giorno, significa spazio, aria e cibo tolti a qualcun altro.

Come denuncia Angelo Faraci, che lamenta gravi carenze nell’assistenza sanitaria. Ha raccontato alla deputata radicale Rita Bernardini, che ha guidato la delegazione, di avere subito un intervento di angioplastica al Policlinico di Palermo a maggio. Il chirurgo aveva chiesto di poterlo rivedere dopo un mese. Ma dal carcere è arrivato il no: “Mi hanno risposto che non occorre, una, due, tre volte. E io sto male e di notte piscio sangue”. Ripete che casi come il suo sono all’ordine del giorno. Basta salire i piani, passeggiare lungo i corridoi, passare i catenacci che separano le aree per i detenuti comuni da quelle di massima sicurezza.

La sesta sezione ha quattro piani. Celle anguste, buie. C’è puzza. Materassi vecchi e impregnati di sudore, generazioni di detenuti sdraiati sulla stessa tela ormai logora. Niente docce in cella. Solo un labirinto di docce comuni, sporche e rotte. “In media, su tre docce alla settimana, due sono con acqua fredda perché quella calda non funziona”, dice un detenuto. Tutto il primo piano della sezione è stato dichiarato inagibile. E, quando sali ai livelli superiori, dove sono rinchiusi 214 detenuti, sfoghi e urla raccontano la tragedia quotidiana di chi è costretto a sopravvivere là dentro. C’è Paolo. C’è Luca. C’è Francesco. C’è Gaetano. E poi Yassine, El Abbouby, Adel, Radu. “Siamo trattati peggio degli animali, il cibo di uno va diviso in due, ci sono formiche e blatte dappertutto, l’acqua che esce dal rubinetto è gialla, non c’è il sapone per lavarsi e ci danno due rotoli di carta igienica al mese: siamo murati vivi”.

Il braccio conta sei celle identiche, una di fila all’altra. Venti metri quadri ognuna, per nove detenuti. Fanno circa due metri a testa. Significa che non riesci a stare seduto, né a spostarti nella cella: “Lo scorso inverno eravamo in dodici qui dentro”, raccontano, “dormivamo a turno”. La privacy non esiste. Un muretto alto appena un metro separa gabinetto e fornello. Siccome mancano gli agenti di custodia, se qualcuno si sente male durante la notte rischia di restare a terra nell’indifferenza generale. E così fra i detenuti dell’Ucciardone s’è affinata una tecnica di intervento: “Gridiamo da dietro le sbarre in modo da farci sentire dal piantone dell’altro braccio. Lui avvisa la sentinella e, forse, qualcuno arriva”.

Achille Custini ha 37 anni. L’hanno operato a una gamba e adesso, per potersi reggere in piedi, deve fare i conti con una placca di metallo che gli tiene unite le ossa. Fa male. Ma nell’assurdo della burocrazia carceraria il problema è che, a causa di quell’incidente, lui rischia di perdere lo sconto di pena per buona condotta: “I giorni di liberazione anticipata si ottengono solo facendo le ore d’aria. Ma io non posso scendere e salire quattro piani ridotto come sono. Riesco a farne al massimo due, perché poi mi fa male. E così rischio di perdere tutto”.

La stessa burocrazia che ha trasformato le visite di una madre calabrese al figlio carcerato in Sicilia in una specie di Odissea: “Quando viene a trovarmi in treno, mia madre arriva verso le 4 del mattino. Ma qui la fanno passare a mezzogiorno. Passa ore e ore sotto il sole, o sotto la pioggia. Ed è una donna anziana e malata”, denuncia Antonio Morabito, 37 anni, di Reggio Calabria. Da nove mesi invia richieste di trasferimento per avvicinarsi alla famiglia. Niente da fare. “Anche i bagni per gli ospiti sono inservibili, così come quelli degli agenti di polizia. La situazione è quella di un degrado generalizzato. Vivere anni e anni in queste condizioni crea depressione, problemi psichiatrici, malattie, epidemie e violenza”, denunciano i radicali.

Al carcere lombardo di Vigevano le sindromi psichiatriche suonano come un’emergenza. Il 40 per cento dei detenuti è stato visitato nell’ultimo anno per problemi di questo tipo. A cui si aggiungono ipertensione diffusa e claustrofobia. L’epatite C sta dilagando. È una vera epidemia. Da Bologna a Napoli, i casi si moltiplicano. E le condizioni igieniche favoriscono la trasmissione dei virus. “Dopo che andiamo in bagno, ci dobbiamo lavare con la bottiglia… Mica siamo animali. Io ho sbagliato e sono un delinquente, ma lo Stato è più delinquente di me”, ripete un detenuto.

Così anche a Enna e Mistretta. Ma anche a Poggioreale e Rebibbia. Letti a castello di quattro piani, alti poco più di un metro. E ancora lo stesso lavandino per l’igiene intima e le stoviglie. O la cella con il bagno a norma per i disabili, ma la porta troppo stretta perché davvero ci possa passare una carrozzina. O ancora le visite mediche negate. Come nel caso di Giovanni Zullo, 28 anni, di Salerno. Chiede da un anno e mezzo una Tac alla schiena. Ha dolori forti. Di notte spesso non chiude occhio. Ma al tribunale di sorveglianza, almeno per ora, la richiesta resta inevasa.

Nella sezione femminile di Enna c’è invece Maria Mascali. A 12 anni era mamma, a 32 è nonna. Ha quattro figli e tre nipotini. Una deve operarsi di tumore. Le resta un anno e mezzo di carcere e ha chiesto di terminare la pena ai domiciliari. Ma per ora non se ne parla. Così i bambini vengono a trovarla in galera. “Soffrono molto. Una bimba è sorda e non parla. Quando viene qui piange in continuazione”, racconta la mamma detenuta.

L’ora d’aria sono lunghi corridoi all’aperto chiamati “passeggi”. A Palermo ce n’è uno su cui si favoleggia. È chiuso da due porte blindate e, dopo circa due metri da sbarre di acciaio. “Lì passeggiava Totò Riina”, raccontano i detenuti. Ma la realtà è che quelle strettoie sono gabbie lunghe 15 metri e larghe sei. C’è solo cemento. Nulla all’interno. Nemmeno un lavandino. Solo un vecchio gabinetto alla turca che non funziona, ma odora come funzionasse. Sopra la testa una rete metallica taglia l’azzurro del cielo. Altre sbarre, anche lì. “Sono gabbie per leoni, senza nemmeno i domatori”, dice un detenuto della quinta sezione. Perché la carenza di organico pesa sui carcerati, ma pesa anche sulla polizia penitenziaria. Costretta a turni massacranti. All’Ucciardone mancano 165 agenti rispetto alle piante organiche, già striminzite, del ministero della Giustizia. E sono quelli che ci vorrebbero solo per gestire la capienza regolamentare. La beffa è che l’ottava sezione, completamente ristrutturata, è lì in fondo al cortile. La palazzina borbonica è stata rimessa a nuovo. Peccato resti chiusa. Vuota. In attesa di un collaudo che forse arriverà quando malte e tubi goccioleranno di nuovo. “Anche se ce la facessero, non servirebbe. L’apertura di questo reparto, che potrebbe ospitare 120 detenuti e dare ossigeno a tutto il carcere è subordinata all’assunzione di 40 agenti. Che non arriveranno mai.

C’è pure Adel. È un ragazzino di Casablanca. Ha 22 anni ed è finito in quell’inferno per una ventina di cd contraffatti. Come tutti i nuovi è stato spedito al cosiddetto “canile”, celle microscopiche con gabinetto alla turca, quando va bene, senza bagno in molti casi. “A luglio i muri erano scrostati, adesso sono stati ridipinti. Il direttore ha stanziato 200 euro per la manutenzione ordinaria e ci ha detto che con quella cifra deve arrivare al 31 dicembre”, spiega la parlamentare Bernardini. Perché i direttori hanno i budget decimati. Al carcere dell’Armerina, in provincia di Enna, c’è un detenuto che mangia con le mani. Non ha potuto comprarsi una forchetta. Non ha soldi. Ha chiesto un sussidio, come previsto dalla legge, ma non ha ottenuto risposta. E questo perché il direttore del carcere può contare su 300 euro l’anno per tutti i detenuti. Che sono 123, contro una capienza regolamentare di 45.

Un detenuto nigeriano, Okorie Okalimbo, è uno di loro. Gli mancano tre mesi per scontare la pena e, intanto, una ditta di Vicenza ha chiesto di poterlo assumere durante il giorno. Una bocca in meno da sfamare, ma non per i regolamenti carcerari. La risposta è stata no: “La direttrice si è spesa, ma il magistrato di sorveglianza è stato irremovibile”, spiega. Col rischio che fra tre mesi, una volta fuori, quel posto se lo sia preso un altro.

Fonte.

Annunci

One thought on “Inferno dietro le sbarre

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...