Piccioni: è ora di cambiare idea? Breve storia della Columba Livia

Pochi amano i piccioni: moltissimi, li chiamano “topi con le ali”, eppure… eppure oggi Treehugger si lancia in una appassionata storia e difesa del volatile che vediamo nelle piazze di tutta Italia. Forse è tempo di cambiare idea anche su di loro? L’autore nel suo profilo spiega di trovarsi a Porto Alegre, in Brasile, chissà come accoglierete le sue considerazioni qui…

Esistono 309 differenti specie di piccioni: la più frequente da incontrare nelle nostre piazze è la Columba Livia, ma non è sempre stato così, anzi. Prima dell’epoca delle briciole da becchettare davanti ai bar o nei prati, o migliaia di anni prima delle statue da coprire di deiezioni, l’habitat naturale dei piccioni erano principalmente rupi o scogliere rocciose in Africa, Asia, Europa e Medio Oriente.

Nel caso vi siate mai domandati perché siano così numerosi, un motivo in particolare c’è – oltre all’habitat favorevole alla crescita demografica che trovano nelle metropoli – l’allevamento dei columbidi da parte dell’uomo iniziò tra i 5mila e i 10mila anni fa. Principalmente per mangiarseli, ma non solo: i piccioni viaggiatori sono esattamente identici a quelli che vedete in piazza e dai quali cercate di scansarvi nel caso vi incrocino in volo radente, solo, sono addestrati.

I piccioni posseggono infatti un eccezionale senso dell’orientamento: possono percorrere fino a 800 km per ritornare al nido o alla propria colombaia dove vengono allevati. Non sono fulmini di guerra, ma neanche delle lumache: possono arrivare a circa 70 km/h una volta in volo. Lenti ma inesorabili: tanto che già gli antichi romani li utilizzavano come messaggeri dai fronti delle loro battaglie.

La “fine” del piccione viaggiatore fu decretata dalla nascita del telegrafo e della radio: da ricordare in ogni caso la commovente vicenda di Cher Ami, un piccione viaggiatore della prima guerra mondiale – oggi lo si trova impagliato allo Smithsonian insieme ad altri animali eroi di guerra come il Sergente Stubby, un cane – che, mentre la settantasettesima divisione era sotto il fuoco amico riusci a recapitare malgrado fosse colpito e ferito gravemente, un messaggio che implorava il cessate il fuoco.

Cher Ami divenne l’eroe della settantasettesima divisione fanteria, così alcuni medici dell’esercito tentarono in ogni modo di salvarlo malgrado le ferite riportate. Salvò le penne, ma perse una zampa, così gliene costruirono una in legno. Una volta ristabilitosi, venne imbarcato per gli States, e fu visitato dal generale Pershing in persona

L’umile piccione però è anche coperto di pregiudizi, e forse per questo, come scrivevamo in apertura, molti li considerano semplicemente “topi con le ali”. I piccioni effettivamente sono portatori di parassiti e virus, ma secondo Treehugger non si pensa che possano trasmetterli. E qui per me non ci siamo, o ci siamo in parte: il perché ce lo spiega un pezzo uscito su un quotidiano locale del savonese qualche tempo fa, in occasione di una delle consuete “cacce al piccione” che si scatenano periodicamente

Risposta: sì, teoricamente è vero. I piccioni sono portatori di diverse zoonosi (ovvero malattie trasmissibili dall’animale all’uomo) più o meno gravi (per la maggior parte poco gravi), così come lo sono moltissimi altri animali. Però c’è sempre una premessa da fare: gli animali, per trasmettere malattie, devono essere a loro volta malati (o infestati) (…) Certamente, se si cerca su Internet, si trova un elenco impressionante di potenziali malattie portate dai piccioni: ma guarda caso, tutti questi elenchi da chi sono redatti? Da ditte che producono sistemi di vario tipo per limitarne il numero. Ma che combinazione! Così, nell’elenco, troviamo per esempio: “botulismo – con esiti sovente mortali”. Punto e basta. Senza specificare che, per questa come per molte altre malattie, vale lo stesso assunto: per prendersela bisogna mangiare cacca di piccione. E’ lo stesso caso della toxoplasmosi (portata sia dai piccioni che dai gatti), che effettivamente è molto pericolosa in gravidanza: però la si prende solo mangiando gatti (o piccioni) crudi o poco cotti, oppure cacche di gatto (o di piccione) (…) In più c’è la boreliosi, o malattia di Lyme, patologia portata non dai colombi ma dalle zecche che effettivamente li infestano ma che, potendo scegliere, normalmente stanno appunto SUI colombi. Quand’è che cominciano ad andarsene a spasso e a poter pungere anche l’uomo? Ovviamente quando il colombo muore. Quindi, ogni volta che se ne ammazza uno, si dà il “via libera” ai suoi ectoparassiti, costretti ad andarsi a cercare una nuova fonte di nutrimento

Nelle grandi città il problema si ripropone ciclicamente: per esempio a Londra, in Trafalgar Square. Nel 2000 il Sindaco Ken Livingstone fece scattare il divieto di vendere cibo per piccioni… non servì a molto, e gruppi di attivisti come Save the Pigeons of Trafalgar Square nutrirono clandestinamente i volatili.

Nel continente americano i piccioni sono arrivati solo da alcuni secoli, ma sono già ovunque: lì la Columba Livia, prende il nome Rock Pigeon, piccione delle rocce. E si trovano in qualunque città: nella vecchia Europa li conosciamo da migliaia e migliaia di anni. Chissà che un giorno non si cambi idea anche su di loro… se volete farvi una piccola cultura sul tema, alla Cornell University, c’è un laboratorio di Ornitologia che si occupa proprio di Pigeon Watch.

EcoBlog

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