Tutelare, qui & ora, i diritti dei boscimani del Kalahari

tradotto da Elena Intra

Serve acqua per riempire una piscina per turisti in un’arida riserva del Kalahari? O per la gestione di una miniera di diamanti? Nessun problema, secondo il governo del Botswana. Intanto però ai boscimani del Kalahari è stato negato il diritto di accedere all’acqua potabile nella loro stessa terra, in una delle regioni più aride del mondo.

Per anni i boscimani del Kalahari in Botswana (tra Sudafrica, Namibia e Botswana) hanno lottato per il semplice diritto di poter vivere sui propri territori. Nel 2006 hanno vinto un’importante battaglia in tribunale: gli è stato permesso di tornare nei territori originari, dopo che i ripetuti tentativi del governo di costringerli a vivere in campi di insediamento sono stati dichiarati illegali e anticostituzionali. Una vittoria..o almeno così sembrava fino alla settimana scorsa.

Il 21 luglio la Corte Suprema del Botswana ha sancito che i boscimani possono vivere nelle terre ancestrali nella Riserva di caccia del Kalahari centrale, senza però avere accesso all’acqua che vi scorre al di sotto. Non possono usufruire del pozzo già  esistente o trivellarne uno nuovo. Anche agli amici che si trovano al di fuori dalla riserva è proibito portare loro acqua. Agli abitanti di una delle regioni più aride del pianeta viene negato il diritto a questa basilare e preziosa necessità  della vita.

Il problema non è che non ci sia acqua a sufficienza. Nient’affatto. Al lussuoso hotel per turisti Wilderness Safaris, che si trova nella riserva, l’acqua è stata concessa. Anzi, c’è un’intera piscina riservata agli ospiti durante le vacanze. Ad una lucrativa miniera di diamanti (Gem Diamonds), anch’essa situata nella terra dei boscimani, è stato dato l’ok per le operazioni — ad una condizione però: non possono dare acqua ai boscimani (nel caso qualcuno degli operai ne fosse tentato, provi compassione o voglia fare qualcosa di parimenti terribile.)

Ah, un attimo però. Sembra che il governo del Botswana non abbia mancato di mostrare un certo altruismo: negli ultimi anni in effetti sono stati scavati parecchi nuovi pozzi nella Riserva di Kalahari per fornire acqua agli animali selvatici. (In altre parole, a beneficio dei turisti che si recano nella riserva per i safari, e quindi, per l’industria turistica locale.)

Il fatto è che quest’incredibile storia d’ingiustizia potrebbe essere facilmente scambiata per satira. Ma non è così. E neppure si tratta soltanto di discriminazione. Siamo di fronte a un vero e proprio tentativo di genocidio, come l’ha definito un mio amico su Twitter. Anni di persecuzioni, arresti arbitrari, trasferimenti forzati, confisca di bestiame, divieto ingiustificato di cacciare e raccogliere cibo in loco, e adesso la negazione di acqua all’intera popolazione, una decisione senza paragoni.

I boscimani non sembrano chiedere molto. Ecco come spiegano la loro situazione: Voglio tornare a casa.

«Quando nel 2002 ci hanno imposto il trasferimento forzato…abbiamo sofferto perché ci hanno scaricato a New Xade e semplicemente mollato così. Ci hanno dato delle tende e da lì abbiamo iniziato a tirar su le capanne. In quel posto non c’era niente per noi. Non sapevamo cosa fare. Trascorrevamo le giornate solo a cucinare e costruire capanne, aspettando che ci portassero da mangiare. Ci mancava la terra. Ci mancava Metsiamanong e il fatto di conoscere bene quel territorio. Non c’era niente di bello a New Xade.

La decisione giudiziaria del 2006 ci ha riportato la felicità ed eravamo contenti di tornare a casa. Qui sappiamo dove trovare il cibo e le bacche, conosciamo bene questa terra e sappiamo cosa fare. Rimarremo qui per sempre. È veramente difficile però vivere qui senza acqua. Solo se verrà  aperto il pozzo a Mothomelo le cose potranno andar bene.

Stiamo morendo senz’acqua. Chiediamo al mondo di aiutarci nella campagna per riaprire il pozzo e il riavere le nostre capre. Stiamo male al solo pensiero di tornare a Kaudwane [il campo d’insediamento]. Non vogliamo essere dei mendicanti. Abbiamo le nostre ricche terre ancestrali. Vogliamo stare qui, abbiamo tutto cio che ci serve. Kaudwane non è affar nostro. Non abbiamo potere su quella terra. Non è bello che ci venga dato da mangiare. A Kaudwane, se non hai da mangiare, vai a pregare il governo di darti qualcosa. Qui, quando siamo affamati, usciamo e ci procuriamo qualcosa da soli.»

Questo è un popolo che vuole solo vivere con dignità  e orgoglio del proprio ricco patrimonio culturale. Non gli interessa l’assistenza o l’elemosina del governo: cibo, istruzione, spese primarie o contanti. Non vogliono una quota del lussuoso hotel turistico o della miniera di diamanti (cosa che, secondo me, perfettamente ragionevole, visto che si tratta del loro territorio). Non stanno nemmeno chiedendo al governo di portare loro l’acqua, cosa che dovrebbe essere comunque garantita. Questa, una delle più antiche culture del pianeta, chiede qualcosa di molto semplice: il diritto di scavare un pozzo sul proprio territorio e di cacciare e raccogliere cibo come hanno fatto per decine o centinaia di migliaia di anni, senza essere perseguitati o terrorizzati. Niente di più.

Fate sentire la vostra voce contro questo trattamento disumano: il miglior modo è semplicemente quello di ridiffondere in giro quanto sta accadendo. Rilanciate su Facebook, Twitter, sul vostro blog e ovunque possibile questo stesso post o l’articolo di Survival International. Visitate il sito dei boscimani e seguitene le storie. Potete anche inviare loro dei messaggi di sostegno. E grazie per aver letto questo post!

Fonte

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