I dimenticati d’Abruzzo

di Fabrizio Gatti

Centri storici abbandonati, strade invase dalle macerie, 30 mila ancora sfollati, 15 mila senza lavoro. Nuovi alloggi già deteriorati. Viaggio nei luoghi martoriati dal terremoto. Sedici mesi dopo le scosse

Qualcuno ha chiamato per nostalgia il numero della sua casa pericolante. E un bel giorno ha sentito rispondere. “Chi parla?”. “Chi parla? Ma chi sei tu?”. Quello dell’Aquila è stato il primo grande disastro italiano nell’era della comunicazione. E la comunicazione non può aspettare. È per questo che Telecom, secondo quanto è stato detto ad alcuni sfollati dallo sportello clienti, sta assegnando ad altri i numeri dei contratti sospesi dopo il terremoto.

Comincia così l’oblio. Ti cancellano dall’elenco telefonico. Non dalle bollette di abbonamenti tv, luce, gas che continuano ad arrivare. Almeno in città c’è il popolo delle carriole a tenere vivo il ricordo su cosa non è stato fatto. Ma nei paesi della provincia come Sant’Eusanio Forconese, Castelnuovo, Poggio Picenze i centri storici sono giorno dopo giorno sempre più estranei. Sempre più lontani dalla quotidianità. Immagini spettrali di un mondo ora rinchiuso dentro le facciate di legno pressato delle new town. Ci siamo giocati anche la seconda estate per avviare i lavori. Tra un mese in Abruzzo arriveranno il freddo e il maltempo. Se ne riparla dopo il prossimo inverno. E nessuno può ancora prevedere quando torneranno abitabili quei comuni: il 2015, il 2030, mai?

Lo show ha funzionato. Hanno dato appartamenti dignitosi e casette di legno a 18 mila persone e, a guardarle dal resto dell’Italia, sembra che tutti abbiano avuto un tetto. Invece il grosso resta ancora da fare. Rimuovere le macerie, avviare la ricostruzione vera nei centri storici, i più colpiti. E soprattutto riportare in città quanti si trovano nelle stesse condizioni di sedici mesi fa: 15 mila senza lavoro e 30 mila sfollati di cui 3.500 ospitati ancora negli alberghi sulla costa adriatica, secondo i dati calcolati a inizio agosto dal Comune dell’Aquila. Da quando il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, ha passato i poteri di commissario delegato al presidente della Regione, Gianni Chiodi, i cittadini abruzzesi sperimentano ogni giorno cosa significhi il motto stampato sullo stemma del capoluogo: “Immota manet” c’è scritto, resta ferma. E infatti nei centri storici dei paesi non si muove nulla. Scavalcate le transenne che sbarrano le strade ci si ritrova a camminare su macerie e pezzi d’arredamento calcificati. Si fatica a capire dove finivano le case e cominciavano le vie. Erbacce e rovi ricoprono di verde e fiori selvatici la distruzione. Uno specchio rotto appeso alla parete. Un triciclo schiacciato dalle pietre. La culla di un bimbo. Lo scricchiolio di una persiana sbattuta dal vento. Si sale e si scende tra cumuli e voragini. Un odore umido di cantina e sabbia bagnata si diffonde dalle finestre senza vetri. A Poggio Picenze la foto di quella notte è immortalata nei panni stesi ad asciugare al balcone di una casa che non c’è più. Un lavandino continua a gocciolare. Il lampione stradale ti guarda dal basso, piegato in due, spento per sempre un anno e quattro mesi fa.

I nomi delle piazze li leggi sulle targhe ad altezza di polpacci. Decine di facciate sono pronte a crollare. Come a Sant’Eusanio, paese di Mimmo Srour, 62 anni, titolare a L’Aquila di uno studio di ingegneria civile, messo a capo all’assessorato provinciale alla Ricostruzione inventato per l’occasione dalla giunta di centrodestra. L’assessore Srour prima del disastro stava con il centrosinistra. Ora è accusato dal Pd locale di essere il responsabile della sconfitta della presidente uscente, Stefania Pezzopane. Il terremoto non sbriciola soltanto il cemento. E poi c’è il peso prevedibile del prossimo inverno, il secondo. La neve, il ghiaccio, le infiltrazioni d’acqua. Senza lavori di consolidamento, anche le case soltanto danneggiate stanno via via cadendo. Il centro di Sant’Eusanio è fermo all’alba del 6 aprile 2009: a parte le erbacce e i cespugli di lavanda, lo scenario è lo stesso di quando la prima luce del giorno mostrò ai sopravvissuti cosa era rimasto. Hanno puntellato solo la chiesa e, per proteggere gli operai, gli edifici della piazza. Nel farlo, si sono lasciati prendere la mano. Hanno montato tralicci e puntelli a ridosso della canonica. Senza considerare che andava demolita. La canonica ora non c’è più e l’immenso castello di metallo è rimasto lì a sostenere l’aria tersa di fine estate. Uno spreco: un tubo zincato venduto in esclusiva dalle Acciaierie Marcegaglia costa 3,40 euro al metro, i giunti cardanici 1,98. Puntellare una villa può valere 60 mila euro. Un palazzo 500 mila. Sempre soldi pubblici.

Hanno chiuso l’emergenza, assegnato le case provvisorie, provato a far scendere il silenzio. In Abruzzo ci vorrebbe un buon assessore alla Protezione civile per affrontare quanto resta da fare. Ma l’assessore regionale che ha gestito il terremoto, Daniela Stati, 38 anni, Pdl, si è dimesso il 2 agosto per un diamante da 15 mila euro ricevuto in regalo, secondo la Procura dell’Aquila, dopo aver sponsorizzato una società pubblica partecipata da Finmeccanica. È un momento difficile. Quello dell’oblio. Il passaggio alla quotidianità dell’attesa che non ha fine. Quel periodo di transizione che nei paesi siciliani del Belice è diventato sinonimo di fallimento. In Irpinia un’occasione per camorra e malaffare. In Friuli, in Umbria e nelle Marche un motivo di orgoglio. Gli estremi dell’Italia di sempre. È adesso che si diventa terremotati. Vivere con le solite camicie addosso. Abitare in case provvisorie. Usare sedie, tavoli, letti provvisori. E ritrovarsi con l’essere davvero provvisori.

L’oblio è anche scoprire che la Telecom ha assegnato il numero di telefono della tua casa crollata o danneggiata ad altri abbonati. “È successo a molti. Anche a un nostro cugino”, racconta Nello Cozzolino, 52 anni, di Castelnuovo, frazione di San Pio delle Camere, paese dell’ex presidente del Senato Franco Marini: “Lui voleva trasferire il suo numero di telefono nella casa provvisoria dove è stata trasferita la sua famiglia. Alla Telecom gli hanno detto che non era possibile perché quel numero non è più disponibile. L’hanno assegnato ad altri abbonati”. Nello Cozzolino ora lavora come cuoco al self-service di un distributore di benzina. La sera del 5 aprile 2009 era ancora uno chef, proprietario del ristorante “La cabina” con la moglie Stefania Maurizi, 55 anni, insegnante precaria di inglese. Nello era conosciuto nella zona come il re dello zafferano per i piatti che proponeva e in agosto il loro antico locale sulla statale 17 diventava la casa del blues, crocevia di musicisti e appassionati. Il ristorante va demolito. Quando? “Boh”, risponde Cozzolino, che adesso abita con la moglie e il figlio di 16 anni in un Map, i moduli abitativi provvisori, cioè le casette di legno a un piano disseminate in provincia. Sono meno spaziose, meno robuste delle palazzine prefabbricate di tre piani su piastra antisismica in cemento armato costruite per 15 mila sfollati del centro storico dell’Aquila.

“Il problema non è solo la ricostruzione che non parte. Il problema di tutti i giorni sono le bollette, le rate che devi pagare per cose che non possiediamo più, in base a un reddito che non abbiamo più”, spiega Cozzolino: “Dicono che con il terremoto le banche avrebbero sospeso i mutui. Non è vero: io avevo rate di 800 euro al mese. Hanno sospeso la restituzione del capitale. Ma preteso gli interessi, 170 euro al mese, che ho continuato a pagare anche quando vivevamo in tenda. E da novembre ricomincio con il capitale”. La vecchia vita, quella cancellata con la scossa delle 3.32, continua a bussare: “Un altro caso”, racconta lo chef dello zafferano, “è l’abbonamento a Sky. Sembra impossibile disdire il contratto e per due volte mi hanno chiesto gli arretrati. Da settembre a maggio mi sono poi arrivate sette bollette della luce con cui mi si chiedeva per ogni bolletta di pagare 720 euro, calcolati in base ai consumi precedenti del ristorante. Non c’era verso di fargliela capire che la corrente era stata staccata la mattina del 6 aprile. Alla fine ho detto: venite a piombare il contatore così vedete cosa mi è successo. Il guaio è che se non risolvi la questione non puoi aprire nuovi contratti. Alla fine mi hanno scontato sette bollette di conguaglio con segno meno”.

I Map sono costati come chalet di montagna. A Sant’Eusanio Forconese hanno un soffitto alto, travi robuste. Ma quelli consegnati la scorsa primavera stanno perdendo l’intonaco. Oppure gli strati di isolante si sfogliano come pelle scottata. Le casette di Castelnuovo e Poggio Picenze, costruite per ultime e assegnate quattro mesi fa, sono già fragili. Il rischio è che perdano presto il nome avveniristico di Map inventato dalla Protezione civile e diventino semplicemente baracche. “E queste non hanno ancora affrontato il primo inverno” osserva Stefania Pace, 42 anni, impiegata alle Poste, davanti alla sua casa di legno in via Sacco e Vanzetti a Poggio Picenze, dove ora vive con il marito e due figli. Lei si è salvata perché ha creduto all’allarme lanciato da Giampaolo Giuliani, il tecnico di laboratorio che aveva previsto le scosse misurando l’aumento di gas radon. Le ultime ore prima del disastro le ha passate con un’amica a Paganica: a convincere decine di persone a uscire all’aperto dopo che un volontario del paese con la giacca della Protezione civile le aveva rimandate a casa a dormire.

La sua è tra le storie raccontate nel libro “Ju tarramutu” (Casaleggio associati) di Samanta Di Persio, 30 anni, pure lei sfollata a Coppito. “Su di noi pesa ancora la sfiducia per l’allarme sottovalutato dalla commissione Grandi rischi e dalla Protezione civile”, dice Stefania Pace: “Lo scemo era Giuliani, l’hanno denunciato per procurato allarme. Ma come facciamo a fidarci? Quante persone avrebbero potuto salvare?”. Anche a Poggio Picenze continuano ad arrivare bollette: “La mia casa”, la indica Stefania, “è nel centro dichiarato inagibile. Ma l’azienda del gas mi ha mandato una bolletta per tutto il 2009 in base a consumi ipotetici: 1.377 euro nonostante i rubinetti siano chiusi da sedici mesi. È come se il mondo fuori non volesse rendersi conto che qui c’è stato un terremoto”.

La ricostruzione non parte, secondo il senatore abruzzese del Pd, Giovanni Legnini, 51 anni, perché la legge approvata è sbagliata. È tutto spiegato in una proposta di “indagine conoscitiva” presentata in commissione Bilancio. L’articolo 3 del decreto legge 39 del 2009 prevede finanziamenti soltanto per la prima casa. Non sono previsti aiuti pubblici per le seconde case, gli uffici, le imprese, i negozi, gli ambulatori e le varie attività sparse sul territorio: “Non è che in una città ci sia il quartiere delle prime case, quello delle seconde, quello degli uffici”, osserva Legnini: “Il territorio va affrontato in modo integrato. Va modificato l’articolo 3, subito alla ripresa a settembre. Altrimenti nei centri storici non si ricostruisce nulla”.

C’è poi un dilemma che sembra accademico. Invece è un altro grosso ostacolo: “Entro novembre prevedo che a L’Aquila metà degli sfollati torni nelle case B e C, quelle meno danneggiate, esterne al centro storico, dove i lavori procedono. Il problema è per i costi superiori al milione di euro”, osserva Massimo Cialente, 58 anni, sindaco Pd dell’Aquila, “la legge non dice se il finanziamento sia un indennizzo o un contributo. Perché se è un indennizzo i cittadini possono assegnare direttamente i lavori. Se invece è un contributo, i proprietari privati devono scegliere le imprese attraverso gare d’appalto europee. E non si finirebbe più. Ho chiesto a Roma: dite che è un indennizzo. L’occasione era la legge finanziaria. Ma il governo non si è ancora pronunciato”. In realtà il 27 luglio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha firmato un’importante direttiva per la Protezione civile, su proposta di Bertolaso. Ma non riguarda la ricostruzione: stabilisce invece che il dipartimento che dovrebbe proteggere i cittadini dal rischio calamità torni a occuparsi di grandi eventi e relativi contratti come le regate veliche, i mondiali di nuoto, le visite del Papa, i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’Expo 2015 a Milano.

È facile immaginare il caos delle gare d’appalto da organizzare per ogni palazzo da ricostruire. I proprietari devono consorziarsi. Poi nominare l’Angelo Balducci della situazione, da scegliere tra gli amministratori di condominio e i commercialisti. E affidargli la cassa dei lavori. Sono incarichi che hanno un costo: almeno il 2 per cento del valore dell’opera, per una ricostruzione stimata soltanto per i danni a edifici privati poco al di sotto dei dieci miliardi. In ballo per amministratori e commercialisti c’è un malloppo di 200 milioni solo per la gestione delle gare. E forse è proprio per questo che il governo non ha ancora risposto al sindaco Cialente.

In città anche i nuovi quartieri del progetto Case voluto da Berlusconi mostrano già qualche difetto. Forse si è risparmiato troppo sulle guarnizioni: “È vero che non dormiamo nei container. Ma i tubi dell’acqua perdono ovunque”, dice Mario Dodi, 72 anni, a Cese di Preturo: “Gli isolanti antigelo li hanno sostituiti con fogli di carta stagnola e con il freddo i tubi scoppiano. L’ascensore tutto in vetro poi è proprio adatto al clima. D’inverno si blocca per il ghiaccio. D’estate è un forno a 43 gradi. Giorni fa un vecchietto è rimasto imprigionato dentro per mezza giornata. Nessuna impresa di manutenzione veniva a liberarlo, ho dovuto chiamare il 113”. Le 185 palazzine in legno, cartongesso e prefabbricato sono costate 792 milioni, sul miliardo 107 milioni finora spesi per gli alloggi provvisori. Sono 192 milioni in più rispetto alle previsioni presentate a Palazzo Chigi dai coordinatori del progetto, Vincenzo Spaziante e Gian Michele Calvi. Spesa che comprende i piatti di porcellana, le sedie di alto design e i dolci. Che c’entrano i dolci con i soldi per la ricostruzione? Così ha voluto lo show per la consegna alle prime 500 famiglie: 17.050 euro in dolciumi, 10.092 per il coffe-break e il buffet, 1.887 euro per le 50 bandiere tricolore, 4.590 euro per il pranzo con Berlusconi e il suo seguito, 12.210 euro per comprare mille confezioni di torrone e di cantucci alle mandorle.

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